venerdì 18 gennaio 2008

IL DESTINO DEI BUFFONI

Ricevo e pubblico


La gente, quella sana: la gente normale, per intenderci, di questa faccenda del Papa e de "la Sapienza" ha capito poco o nulla. Di sicuro, ha percepito come decisamente ineducato il comportamento di quei quattro giovanoidi che hanno manifestato contro la lectio magistralis del Papa, in nome delle loro meschinissime ideuzze sul mondo e sulle cose.
Sono giovani, si saranno detti i cittadini qualunque, la sora Lella e il sor Coso: con gli anni, coi calli e la fatica quotidiana, le loro ubbie da rivoluzionari in prova evaporeranno, sostituite dal mutuo, dalle rate della macchina, dalla famiglia coi bambini che frignano alle tre del mattino. Saggezza popolare. Eppure, stavolta, la sora Lella si sbaglia e si sbaglia di grosso. Eggià, perché quei quattro stronzetti spocchiosi, che si riempiono la bocca con parole talmente grandi da tracimar loro dalle gengive anche quando hanno le labbra serrate, grandi non diventeranno mai. Resteranno nel loro limbo radical rivoluzionario a sognare un mondo piccolo piccolo, fatto a misura dei loro cervelli: un mondo rassicurante, dove tutti sono ricchi e nessuno fatica, dove gli spacciatori clandestini sono migranti liberi e felici e dove, soprattutto, nessuno chieda loro di staccarsi dalla tetta. Che non è, beninteso, quella di mammà, ma è quella della rivoluzione o, meglio, della minacciata rivoluzione. Perché è quello il trucco che permette loro di non crescere mai, di aver sempre ragione e, massime, di sopravvivere senza fare una beata sega da mane a sera: la rivoluzione in fieri. Ha funzionato ieri, perché mai non dovrebbe continuare a funzionare?
Il potere non ambisce altro che essere lasciato in pace, a trescare i suoi sporchi traffici, a commerciare poltrone e tangenti: basta dimostrargli di essere dei poderosi rompicoglioni e il gioco è fatto. Il potere, che vede assai più lontano del sor Coso e della sora Lella, sa benissimo che non c'è bisogno di schiacciarti, soprattutto se sei un ciarlatano petulante e pieno di ridicole aspettative: è molto più semplice pagare il tuo consenso. Guardate gli organigrammi delle holding, i colophon dei quotidiani, l'albo d'oro della televisione: tutti rivoluzionari convertiti. Tutta gente che aveva capito, come canterebbe De André, se fosse vivo. E questi, che si sentono paladini della giustizia, perché hanno impedito al pastore della Chiesa di venire a parlare in un'università che, in fondo, un po' è casa sua, avendola fondata nel 1303 Bonifacio VIII Caetani, sono della stessa pasta: hanno introiettato alla perfezione la lezione dei maestri del ‘68. Che, in estrema sintesi si potrebbe riassumere in: più rompi i coglioni e più in alto salirai nella vita.

A che serve studiare, smazzarsi seminari e stages? Quale occasione di carriera è migliore di questa, offerta gentilmente ai lazzaroni del terzo millennio da Papa Benedetto? Non si rischia nulla. Certamente non ci saranno cariche poliziotte: nemmeno il rischio di stazzonarsi la giacca militare d'ordinanza o di scomporsi la sciarpotta, disordinata ad arte. Basta scrivere due cazzate su di un lenzuolo, sedersi su qualche scalinata (tanto la Sapienza ne ha quante ne vuoi) e aspettare l'immancabile intervista della prima passera cinguettante, Rai o Mediaset per me pari sono, che sia spedita lì a sondare il terreno. E guardateli, quando, finalmente, possono avere i loro dieci secondi di celebrità: tutti compresi nella parte e con le sopracciglia corrugate, nello sforzo di condensare in quei dieci secondi il maggior numero possibile di luoghi comuni del repertorio antagonista. Vale a dire le solite sei parole sei, opportunamente mescolate, secondo la bisogna: libertà, diritto, laico, provocazione, lotta, confronto, dialogo. Il gioco è fatto: prima o poi verranno invitati a qualche comparsata, scriveranno qualche libercolo pieno delle solite immani cazzate, finiranno a fare gli addetti stampa i qualche ambasciata amica o i redattori alla Mondadori.

Quante cose possono derivare da una protesta in nome della laicità. Queste sono le comparse della sit-com intitolata "Maledetto Benedetto". Perché questo Papa stia sulle palle a tutti e, invece, quello di prima fosse considerato un grande, non è dato di capire. Forse perché quello là aveva l'accento slavo e questo, quando parla, sembra le Sturmtruppen di Bonvi? Eppure, Joseph Ratzinger è molto ma molto più colto, teologicamente di Papa Giovanni Paolo II: quello era un Papa che veniva dalla Chiesa sommersa, questo viene dall'università e dalla ricerca. Eppure, Papa Wojtila è andato alla Sapienza, accolto come il Messia (si parva licet) e, invece, Benedetto XVI non ce lo vogliono. Misteri della logica accademica: laicità ad intermittenza, idiosincrasie inconfessabili, razzismo germanofobo?

Fatto si è che un sacco di tempo fa (anche se si è saputo, chissà perché, solo ora), un agguerrito manipolo di docenti, pensando, forse, di emulare quei pochi valorosi che non accettarono di giurare fedeltà al Duce, in tempi in cui il dissenso era un tantino più rischioso, scrisse un'ardita letterina, in cui si diceva che blabla e poi blabla, in nome di questo e di quello, non era opportuno di qua e non era opportuno di là. Perché l'università è il luogo del confronto, del dialogo e della libera ricerca. O guarda un poco: e io che pensavo fosse il luogo delle raccomandazioni, dell'egemonia culturale del pensiero unico e in cui, soprattutto, di ricerca se ne faceva davvero poca o niente.

Se basta l'invito ad un Papa per trasformare un caravanserraglio, pieno di odi e di invidie, di concorsi truffaldini e di carriere pilotate, in un modello di civiltà e di scienza, orca: invitiamolo in tutti gli atenei d'Italia e risolviamo il problema dell'università alla radice! Tanto, peggio di così! Con Asor Rosa (no, dico, Asor rosa: ma avete mai letto una critica scritta da Asor Rosa? Altro che impedirgli di parlare, bisognerebbe coprirlo d'oro perché non esprimesse più un concetto articolato!) che pontifica di libertà e con Rodotà che, dopo aver occupato tre quarti dei posti che contano, in un sistema che è tutto fuorchè votato al dialogo e al pluralismo, tiene lezioni di stile e di laicità, l'università La Sapienza pare più un paradosso fenomenico che un ateneo. E' un luogo dove può accadere tutto e il contrario di tutto: la quarta dimensione, la frattura spazio-tempo. Un buco nero. Un posto dove, in nome del diritto di espressione, fanno parlare Oreste Scalzone (spero non accompagnato dal suo inseparabile organetto), che, oltre che vetusto intellettualmente è pure bollito ideologicamente, e non ci vogliono il Papa (ohè, mica Don Camillo: il Papa!), mi spiegate che razza di posto è? La taverna dei sette peccati?

Per fortuna, La Sapienza è, per la stragrande maggioranza, un'università come tutte le altre: con professori spocchiosi e deludenti, con studenti scarsi e rabberciati, con dottorati e postdottorati del tutto inutili e con i soliti bidelli svaccati, i soliti manifesti stropicciati, le solite aule puzzolenti. Per fortuna: pensate se fosse quel Laodai politicamente corretto che vorrebbero gli Asor Rosa (non sapevo se il plurale di Asor Rosa fosse Asores Rosae, così ho mantenuto il singolare)! Che meraviglia: oltre a Scalzone si sarebbe potuto invitare qualche commissario politico laotiano o vietnamita, qualche burocrate cinese, un paio di kamikaze di Al Quaida (disinnescati per prudenza, neh). Sapete, per garantire a tutti la libertà di espressione. Il Dalai lama, quello no: pensate che quell'ipocrita osa sostenere che in Tibet i Tibetani non sono mica tanto contenti di esser Cinesi! E, allora, in nome della libertà e della democrazia, dentro Curcio e Scalzone (dentro le aule a tener concione: che avevate capito? Mica in galera!) e fuori Papa e Dalai Lama: viva Giordano Bruno, Garibaldi e il tenente Sheridan, che non c'entra un tubo, ma votava di sicuro socialista. Così, un gruppetto di ostinati difensori del peggior status quo culturale, del più bieco regime intellettuale, contro la logica, contro la storia e, soprattutto, contro i sentimenti della stragrande maggioranza di un Paese che, alla facciaccia loro e di quelli come loro, continua a sentirsi cristiano, ha combattutto e vinto la sua battaglia.

Paradossalmente, loro che rappresentavano la reazione, l'oscurantismo, i baronati, la non cultura, la morte stessa della libera università, si sono finti paladini della libertà di espressione, del dialogo, dell'apertura mentale, della libera scienza in libero stato. All'anima della faccia tosta. Oggi va così, ma non durerà in eterno. La sentenza che loro stessi, ai tempi belli della lotta contro lo Stato, scrivevano con la bomboletta di vernice rossa sui muri d'Italia, è ancora ferocemente pendente. E' ancora lì e li aspetta. "Una risata vi seppellirà!". Perché è questo e non altro il destino dei buffoni.

2 commenti:

Fe ha detto...

Sono uno di quelli a cui Stikazzinger sta sulle palle, al pari del suo predecessore, per la cronaca, ma son d'accordo su praticamente tutto ciò che sostieni. E ti faccio anche i complimenti per la forma, se é opera del tuo pugno :)

Pino Pozzoli ha detto...

Ovviamente non è farina del mio sacco. Talvolta ricevo degli articoli interessanti via mail che pubblico volentieri. Non sono un giornalista e il mio modo di scrivere rimane elementare come sempre. Subito sotto il titolo del post riporto sempre la frase "Ricevo e pubblico" quando, appunto, non sono io l'articolista di turno. Conto di vederti Giovedì alla cena.

Saluti
Pino Pozzoli