Ricevo e pubblico
Incredibile ma vero: picchiare un fascista è reato. Lo ha stabilito la Cassazione con una sentenza che, via blog, ha già suscitato il mugugno dei movimentisti. Poveri ragazzi, si sono visti contestare il loro argomento preferito, cioè la spranga. D'ora in poi, correranno qualche rischio continuando a comportarsi da maramaldi ma sentendosi eroi, com'è accaduto al G8 genovese nel 2001. Quello stesso anno quattro militanti della destra radicale si presentarono la mattina del 25 aprile in piazzale Loreto, a Milano, con l'intenzione di deporre, sul luogo della macelleria messicana, una corona di fiori in ricordo della Buonanima. La voce che preparavano un gesto dimostrativo girava da giorni. Così trovarono, ad attenderli, alcuni appartenenti ai centri sociali, che li hanno conciati per le feste. All'ospedale finirono in due, uno con fratture serie.
Sei anni dopo il pestaggio, il Palazzaccio ha confermato la condanna inflitta dalla corte d'appello di Milano a uno degli aggressori, che aveva invocato, a sua difesa, «motivi di particolare valore morale e sociale», derivanti dalla provocazione ricevuta e dal «ripudio del fascismo che informa la Costituzione repubblicana». Ma i motivi politici, per loro natura, ha osservato la Cassazione, non sono unanimemente condivisi e quindi non si può attribuire loro il valore «morale e sociale» di cui parla la legge. Idem per la provocazione, in quanto non direttamente rivolta all'imputato, ma all'antifascismo, che si deve intendere quale «sentimento diffuso» legato all'attuale ordinamento; per questo nessuno, in suo nome, può sentirsi autorizzato a usare le maniere forti. Che bastonare gli avversari politici sia un reato senza attenuanti dovrebbe costituire, in un Paese civile, un principio sul quale non si discute. Da noi, invece, desta scalpore che sia stato ribadito in un'aula di giustizia. Una parte dell'opinione pubblica continua infatti a propugnare spavaldamente il contrario, quando va bene proclamandosi custode di una democrazia che nega con il suo comportamento, quando va male atteggiandosi a vittima. Si tratta di una minoranza esigua, che in una parte della sinistra gode tuttavia di simpatie e connivenze, ben oltre i confini della Cosa rossa, nella quale sono confluiti anche i movimentisti d'ogni osservanza.
La destra, negli ultimi quarant'anni, ha pagato duramente il prezzo dell'antifascismo militante che, dal Sessantotto in poi, ha costituito uno tra i più pericolosi detonatori del terrorismo. Lo Stato, quando chi colpiva alzava il pugno chiuso, guardava da un'altra parte. Non è possibile, per esempio, dimenticare il processo farsa agli assassini di Sergio Ramelli, che se la cavarono a buon mercato. Oggi, quella turpe stagione è finita negli archivi della storia. Ma di strada da fare ne resta molta. Contro la fin troppo mite sentenza sui disordini al G8 si è levato un coro di lamenti. Su questa già non mancano i malumori. Speriamo che, nei giorni convulsi che precedono il Natale, ci venga almeno risparmiato il corteo di protesta con inevitabile contorno bombolettaro.